Todos los Viernes Santo me las arreglaba para ir a Sevilla a ver la recogida de la Macarena. Siempre me encontraba con mi padre, cuando vivíamos en la Alameda, en alguno de los bares del mercado de la Feria o en ca’ Mateo, que tenía entraba por esa calle y en Palacios Malaver salida por su bodega. Mis hermanos nacieron en Palacios Malaver. En la calle Ancha de la Feria nos encontrábamos con amigos de mis padres, con mis primos, con antiguos compañeros de colegio, conocidos de siempre, entre enésimos cafés, peregrinos de la Madrugá. Era como una romería de barrio. El paso de Pilatos pasaba bastante antes, con los Armaos. La Virgen no había llegado ni a Sor Ángela. A mis recuerdos de infancia les hacen canciones, se me ocurrió escuchando una copla de Carlos Cano. Es el único timbre de aristocracia que osaría ostentar. Chaves Nogales escribió al comienzo de su Vida de Juan Belmonte lo más hermoso que se ha podido escribir de una calle. Pero eso ya es literatura, por más que la literatura, dueña y señora del relato, influya más humanamente que la misma realidad. Desde que murió mi padre, dejé, sin pena que lo explicase, de presentarme a esos bullicios que secretamente añoraba, hasta este abril de 2020 en que me había prometido una vuelta a los recuerdos de antaño, implacablemente frustrada en este encierro.

Juan Belmonte, matador de toros, de Manuel Chaves Nogales

Un bambino in una strada di Siviglia

Juan è un bambino attonito, che quando nel pomeriggio si affaccia dal portale di casa sua con il bavaglino ricucito e pulito, tenendo in mano il pezzo di cioccolato e la crosta di pane nero che gli hanno dato per fare merenda e contempla il variegato aspetto della strada dalla penombra del corridoio, si sente impressionato per lo spettacolo del mondo e rimane un attimo lì intimorito, senza decidersi a saltare nella corrente. Quando, finalmente, si lancia nell’avventura della strada, lo fa timidamente, attaccandosi alle pareti, con la testa bassa, guardando di sbieco, silenzioso, fermo, attonito.

Juan è una cosetta da poco, e la strada, al contrario, è troppo grande, tumultuosa e varia. E’ una strada grande e varia come il mondo. Juan non lo sa, ma la verità è che quello che lui vorrebbe, gironzolare liberamente, essere padrone della strada, è difficile come essere il padrone del mondo. I bambini che non si spaventano in una strada come quella e con forza eroica la dominano, un giorno o l’altro potranno dominare il mondo. In tutto il mondo non c’è cosa che non ci sia nella strada di Juan; né più confusione né  peggiori nemici né pericoli più certi.

Juan vive in una casa in Calle Ancha de la Feria – la casa segnalata con il numero 72 – nella quale è nato. Nascere nella Calle Ancha de la Feria significa trovarsi faccia a faccia con l’umanità che ribolle in essa non appena si è terminato di gattonare e si è deciso di alzarsi per affrontare la vita a petto scoperto in un’impresa eroica, cosa che segna il carattere ed ha un’importanza straordinaria per il resto della vita perché da subito la strada dà al neofito una sintesi perfetta dell’Universo. I sivigliani, che sono molto vanitosi, riconoscono l’importanza che ha il fatto di nascere nella Calle Anche di Feria e lo sottolineano. E’ una cosa decisiva come deve esserlo stato il fatto di nascere nell’Attica o tra i barbari. Quello che non sanno i sivigliani - e se glielo diceste non vi crederebbero – è che tanto importante come il nascere nella Calle Anche de la Feria è il nascere in una qualsiasi delle quindici o venti strade simili -  non sono di più - che ci sono nel mondo. Strade così ci sono a Parigi, nei dintorni de Les Halles, in quattro o cinque città d’Italia, soprattutto  in Italia, e ancora a Mosca, intorno al mercato di Smolensk. Fino a quindici o venti in giro per il vasto mondo. Nonostante i sivigliani non vogliano crederlo.

Queste strade privilegiate sono l’ambiente propizio per la formazione della personalità, il clima adeguato per la produzione dell’uomo così come un uomo dovrebbe essere. Sono quelle strade che miracolosamente hanno addosso vari secoli di vita intensa senza che il peso del loro passato le renda vecchie; sono vecchie ma non lo sembrano. Senza dimenticare niente, vivono una vita febbrile e autentica, vibrando d’inquietudine a qualsiasi ora; in ogni generazione si rinnovano in maniera impercettibile e naturalissima: alle mura del convento seguono le pareti delle fabbriche, il sellaio lascia il suo posto ai concessionari di Ford o Citroen, nel cortile delle vecchie osterie mettono cinematografi e nella carreggiata in cui prima saltavano i carretti, fanno zig zag i taxi. Questa evoluzione costante le dà un’apparenza caotica per lo scontro perenne degli anacronismi e dei controsensi. E’ già nata la grande fabbrica dei tessuti inglesi e ancora c’è accanto un rigattiere; ancora non è andato via il memorialista e gìà c’è una cabina telefonica che lo spinge a morire. Attaccato alla Confraternita del Santissimo Cristo delle Piaghe c’è il locale del sindacato marxista; ancora non si è rovinato del tutto il signorotto che possiede le terre che già vogliono comprargli la casa per edificare la succursale di una Banca; quelli che vendono chincaglierie, con i loro posticini ambulanti, contendono la strada alle rotaie del tram; i carri dei veterani del mercato costringono al loro passo lento le automobili che gli stanno dietro e che suonano i clacson inutilmente; i venditori di uccelli bloccano l’imbocco delle strade con le loro muraglie di gabbie; i venditori di stampe e libri vecchi tappezzano i marciapiedi; gli osti mettono in strada i loro lucernieri di marmo e le loro sedie; negli angoli ci sono gruppi di contadini e muratori senza lavoro che prendono perdutamente il sole, e ragazzini fannulloni e presuntuosi che bevono bicchieri di caffè e calici di acquavite; i ragazzi si picchiano tra bande,  le vecchie borbottano, le ragazze si danno arie, le comari discutono, i cani gironzolano intorno alla porta delle macellerie e l’acqua sporca e maleodorante scorre nei ruscelli di scarto. E così a Siviglia, come a Parigi, a Napoli e a Mosca.

La strada è una buona sintesi del mondo. Quello che intuitivamente apprende un bambino che si è formato nella sua area tumultuosa, tarderanno molto ad apprenderlo quei bambini che aspettano di crescere nella desolazione degli sobborghi nuovi o nel fondo di vecchi parchi solitari. I bambini che nascono in queste strade si sbagliano poco, acquisiscono presto una concezione abbastanza esatta del mondo, valutano bene le cose, sono cauti e audaci. Non falliranno.